Edema osseo: strategie per una riparazione efficace

L’edema osseo è una condizione caratterizzata dall’accumulo di liquido all’interno del midollo osseo o nell’osso spongioso, che causa dolore e gonfiore, spesso in seguito a un trauma, a un sovraccarico ripetitivo o secondario a patologie sistemiche e metaboliche, ed è diagnosticato principalmente tramite risonanza magnetica (RM).

Sono colpite principalmente le zone articolari -come il ginocchio- e le ossa lunghe -come il femore.

 

Patofisiologia e diagnosi differenziale dell’edema osseo

Esistono diverse cause che possono provocare un edema osseo. 

Quella più frequente è legata a un trauma diretto o a microtraumi ripetuti, i quali possono alterare la permeabilità capillare a livello della spongiosa dell’osso con conseguente stravaso. 

In altri pazienti la causa è di tipo infiammatorio (come in caso di artrite reumatoide o spondilite anchilosante): l’infiammazione cronica accompagnata da un aumento della vascolarizzazione, infiltrazione di tessuto e linfociti nello spazio della midollare ossea sembrerebbe causare l’aumento della pressione intraossea con conseguente stravaso e formazione della lesione della midollare. 

 

Altre cause che si possono legare alla comparsa di un edema osseo sono:

  • degenerativo (es. osteoartrite, sinovite);
  • ischemico (es. osteonecrosi);
  • infettivo (es. osteomielite);
  • endocrino-metabolico (es. gotta);
  • iatrogeno (da radioterapia);
  • neoplastico (es. tumori maligni o benigni dell’osso). 

 

Esistono infine forme di edema osseo, definite primarie, prendendo il nome di Bone Marrow Lesion Syndrome, di cui non vi è una causa conosciuta. 

Essa è caratterizzata da dolore non riconducibile a segni radiologici e clinici differenti.

L’eziologia è ancora sconosciuta, ha localizzazione prevalente sulle articolazioni di carico (arti inferiori) negli uomini di mezz’età e ha caratteristiche monofocali, multifocali o più raramente migratorie.

 

Elementi anamnestici

Il paziente con edema osseo può essere asintomatico o sintomatico. 

Nel primo caso si potrà riconoscere il problema solo con esami specialistici, ma dato che la presenza o meno di sintomi dipende dalla gravità della causa scatenante, gli edemi asintomatici hanno un’altissima probabilità di riassorbirsi spontaneamente, senza particolari complicazioni. 

Anamnesticamente, invece, il paziente con edema osseo sintomatico riporterà:

  • un dolore persistente dovuto a: 
  1. l’aumento della pressione all’interno dell’osso con irritazione o distruzione dei nervi del midollo osseo, 
  2. ipertensione venosa, 
  3. aumentato metabolismo dell’osso nella zona interessata con o senza microfratture, 
  4. irritazione del periostio e delle strutture articolari;
  • dolore che aumenta quando la struttura interessata viene sottoposta al carico;
  • dolore che si riduce con il riposo o quando l’arto è in scarico;
  • episodi di fratture recenti;
  • comorbilità reumatiche o alterazioni metaboliche;
  • ridotta mobilità articolare della parte coinvolta in caso di dolore;
  • alterazioni agli esami diagnostici, in particolare alla risonanza magnetica, nella quale si evidenzia la presenza dell’edema osseo.

 

Esame obiettivo e valutazione

Il paziente con edema osseo non presenta segni evidenti derivanti dalla problematica, perciò la problematica è diagnosticabile esclusivamente attraverso anamnesi ed esami strumentali.

La diagnosi certa si ha incrociando gli scarsi segni e sintomi del paziente con gli esami strumentali e di laboratorio, che possano identificare una defezione della mineralizzazione ossea o di vitamina D.

 

Trattamento

Nelle forme lievi, la patologia può andare incontro a una risoluzione spontanea grazie al naturale riassorbimento dei liquidi in eccesso. 

Tuttavia, per la maggior parte dei pazienti è necessario un approccio conservativo, che risulta efficace nella regressione dei sintomi attraverso diverse strategie:

Terapia farmacologica

L’uso di farmaci specifici può accelerare notevolmente la guarigione, riducendo i tempi di recupero fino al 50%. Il protocollo solitamente include: Antinfiammatori non steroidei (FANS): per il controllo del dolore e dell’infiammazione.

  • bifosfonati e anticorpi monoclonali: per regolare il metabolismo osseo.
  • integrazione di Calcio e Vitamina D: per supportare la mineralizzazione del tessuto.

Gestione del carico

Il cardine del trattamento è il riposo articolare. Questo può variare da un’immobilizzazione parziale fino all’astensione totale dal carico sull’arto interessato, modulata in base all’intensità del dolore avvertito dal paziente (approccio sintomo-guidato).

Fisioterapia e terapia manuale

Sebbene le evidenze scientifiche siano ancora limitate, queste pratiche accompagnano il decorso naturale della patologia agendo sui sintomi:

  • Terapia manuale: mirata alla riduzione del dolore.
  • Esercizio terapeutico: focalizzato sul rinforzo muscolare per migliorare la stabilità articolare e ridurre le compensazioni errate.

Terapie fisiche

Alcune tecnologie sembrano favorire direttamente la rigenerazione del tessuto osseo stimolando il metabolismo locale:

  • onde d’urto: stimolano il rimodellamento dell’osso.
  • magnetoterapia: favorisce la riparazione tissutale (ci sono ancora dubbi sulla sua efficacia).

 

Nei pazienti in cui il trattamento conservativo fallisce viene preso in considerazione l’approccio chirurgico, il quale consiste, a discrezione dello specialista, di:

  • core decompression;
  • calcium phosphate bone substitute.

 

Prognosi

L’attività metabolica dell’area, caratterizzata da cellule osteocitiche, neogenesi ossea e neoangiogenesi, definisce l’edema come un processo riparativo intrinseco del nostro organismo, spiegandone così la possibile guarigione spontanea. 

Per quanto riguarda i tempi di guarigione, la letteratura scientifica evidenzia una variabilità clinica significativa in base alla natura della lesione. 

In caso di edema traumatico privo di altre complicanze, il recupero avviene generalmente in un arco di 2-4 mesi attraverso un approccio conservativo. 

Le tempistiche si dilatano sensibilmente per la Bone Marrow Lesion Syndrome, la cui risoluzione può richiedere dai 3 ai 18 mesi, mentre le lesioni che insorgono nel post-chirurgico presentano il decorso più lungo, arrivando spesso a un anno o oltre.

Come già esposto, il trattamento farmacologico risulta decisivo per accelerare il decorso di questa patologia, comunque a esito favorevole. 

In tale contesto, il fisioterapista deve monitorare il percorso riabilitativo, garantendo che le risposte del corpo siano funzionali ed evitando l’insorgenza di compensi motori o psicologici disfunzionali.

 

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